domenica, Luglio 3, 2022

“La donna gelata” di Annie Ernaux: una storia femminista

La penna di Annie Ernaux è pungente in un modo elegante. Con cautela, arriva dritta allo stomaco di chi legge, attraverso la narrazione della propria storia autobiografica.

La donna gelata è un romanzo che mi ha lasciato ammutolita, letteralmente. Arrivata all’ultima pagina, ho chiuso il libro e ho avuto bisogno di un attimo di silenzio.

Ernaux parla sempre di sé ma non parla mai solo di sé. Parla sempre anche di politica. La sua è stata definita una “autobiografia sociologica”, per la sua capacità di rappresentare fedelmente una intera generazione, in un affresco puntuale della società del suo tempo.

È la storia del tentativo di emancipazione di una donna degli anni ’40, Annie, che attraverso la liberazione degli anni ’70 si confronta con una società che cambia ma non abbastanza, per lei che è cresciuta in una famiglia poco convenzionale.

A casa Ernaux i ruoli uomo – donna sembravano invertiti nella gestione della casa, tanto che alcune amiche di Annie, a scuola, le chiedevano stupite “come mai se ne occupasse suo padre, di cucinare e portarla a scuola al mattino”.

La mamma di Annie, prima di ogni altra cosa, ci teneva che lei studiasse e che si trovasse un buon posto di lavoro. E ad Annie piaceva studiare, andava maturando il desiderio di andare all’università e diventare professoressa di liceo.

I modelli femminili della sua infanzia sono donne forti, che si sanno difendere da sole e che hanno una propria identità al di fuori del loro ruolo famigliare.

Sarà la scuola e l’inevitabile e crescente confronto con “gli altri” a far capire ad Annie che non sarebbe sfuggita a quella differenza con i maschi, quell’imposizione dall’esterno e quei vincoli, che l’avrebbero in futuro relegata in un angolo e preteso da lei sacrifici e spirito di sottomissione.

In queste occasioni, quando le maestre a scuola spiegavano come fosse “opportuno per una donna comportarsi”, Annie ricorda di aver pensato di avere lei “qualcosa che non va” e decide così di adeguarsi a quella perfezione che tutti si aspettano da lei: Annie impara così che deve sforzarsi per piacere, per essere amata, che non va bene così come è. Impara a stirare, cucinare…e soprattutto a stare zitta.

Come una boccata d’aria fresca, dopo il liceo Annie va all’Università.

Gli anni dell’università sono stati per lei meravigliosi anni di ricerca, in cui passava il tempo a studiare teorie filosofiche e a mettere in discussione quello che viveva. Passava il tempo in biblioteca e nei café, chiacchierava con le amiche di uomini e relazioni:

“Per me, quattro anni ho avuto fame di tutto, di incontri, parole, libri, conoscenze. Fuori sede, con una borsa di studio, un sogno di libertà ed egoismo. Una stanza lontano dalla famiglia, orari delle lezioni rilassati, pasti regolari, irregolari o saltati, sedersi al tavolo della mensa universitaria o restare al letto a bere té e leggere Kafka.

(…)

Comprare, possedere, parole che non fanno parte del mio vocabolario di allora. In rue Bouquet, alzo la testa verso gli alti palazzotti borghesi con le loro tende antiche. L’ordine e la stabilità, ma è un puro ornamento, qualcosa che non mi riguarda né mi riguarderà mai. Io vado verso posti dove c’è vita, movimento, i locali in cui ci si incontra, le aule universitarie, i bar della stazione, la biblioteca, il cinema, e infine torno al silenzio assoluto della mia camera. Un’alternanza meravigliosa.”

Anni di ribellione, di ricerca di se stessa e degli altri, e di libertà di essere quel che si vuole.

Poi il matrimonio, e con lui la perdita della propria identità, pezzo dopo pezzo. All’inizio, l’illusione di essere una coppia diversa, lui un ragazzo intelligente ed aperto, “moderno”; lei innamorata per davvero.

In breve tempo la protagonista si ritrova ad essere una caricatura di se stessa, dice di essere “scivolata senza rendersene conto” dal cartellone pubblicitario di una crema solare – una ragazza abbronzata al sole – a quello della casalinga indaffarata che seleziona i detersivi più efficaci per le superfici di casa.

A questo si aggiunge poi la maternità e il ruolo di madre. La sua vita diventa improvvisamente simile a quella che voleva fuggire, intrappolata tra le mura di casa a badare ad un bambino che sente di amare meno di quanto dovrebbe. E il senso di colpa per la rabbia che prova.

Capisce in fretta che il mondo degli uomini è molto diverso da quello delle donne: diversi compiti, diverse possibilità, diverse responsabilità.

Leggendo l’autrice, ho provato profonda empatia, mi sono sentita a disagio con Annie per uno strano senso di ingratitudine. Come se un figlio e una famiglia dovessero essere un dono “per forza”.

Mi sono sentita schiacciata in un angolo, in un ruolo predeterminato, ho sentito la pressione sociale insieme a lei. Ho sentito anche una forte rabbia e una grande impotenza.

Perché la sensazione che il romanzo ti lascia addosso è che, anche se non vuoi, anche se lotti, alla fine ci puoi cadere lo stesso, perché l’hai interiorizzato o perché gli altri ti ci fanno sentire.

Il demone più pericoloso è il patriarcato che ci portiamo dentro come donne, quello che ci fa sentire sbagliate se non siamo come ci viene richiesto, se siamo aggressive, se siamo esigenti, se siamo appassionate, se non desideriamo figli o se non ci sposiamo.

Mi sono sentita anche fortunata per vivere in questi tempi e in questi luoghi, in cui posso alzare la voce e dire come la penso.

La storia di Annie è dopotutto una storia comune raccontata con una delicatezza estrema.

La storia di una donna che si gela nel confronto-scontro con la società patriarcale, che si spegne lentamente, perché la sua fiamma non arda più di quanto consentito.

Lorena Fakih
Laureata in Filosofia, da sempre mi appassiona tutto ciò che riguarda idee e persone. Ho un debole per la logica, il linguaggio e le giuste cause. Strenua difenditrice del pensiero critico, credo molto in una comunicazione intellettualmente onesta. Mi interesso inoltre di fotografia, viaggi e natura.

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