domenica, Luglio 3, 2022

Relativismo morale e libertà di pensiero: facciamo chiarezza

Per iniziare, un consiglio di lettura: “I’m right You’re wrong”

Dialogo filosofico molto divertente di Timothy Williamson

Il dibattito morale

Nella vita di tutti i giorni ci imbattiamo costantemente in disaccordi morali: per esempio, ascoltiamo il TG e sentiamo opinioni contrastanti in merito ai diritti degli omosessuali (pensiamo al polverone sul Ddl Zan), apriamo Facebook e leggiamo post divergenti sul tema dei medici obiettori alla legge 194 nelle strutture sanitarie pubbliche, discutiamo con un amico, sorseggiando un caffè, su cosa sia giusto fare in una situazione personale difficile.

Basta aprire un qualsiasi social e ci ritroveremo di fronte a disaccordi, talvolta scontri, su alcuni dei temi caldi della nostra generazione: femminismi, diritti delle minoranze, disuguaglianze economiche e sociali tra generazioni e classi sociali.

In ognuno di questi casi, percepiamo di star parlando di qualcosa di molto importante e abbiamo la sensazione che una delle due parti abbia, in qualche misura, torto.

Ma cosa sono queste entità così importanti che ci fanno spesso scaldare gli animi? Potremmo chiamarli “valori morali” o “verità morali”, ovvero verità circa la “giustezza” di una determinata azione.

Tuttavia, alla sensazione che la verità stia solo da una delle due parti del dibattito, si accompagna spesso un generale senso di insensatezza della discussione, come se, in realtà, la verità morale sia relativa al punto di vista di chi parla, e che quindi in un certo senso potremmo dire di avere “tutti ragione” secondo il “nostro punto di vista”.

Nel tentativo di dare un nome a questa sensazione, troppo spesso sentiamo persone usare il termine “relativismo morale” a sproposito, ad indicare la generica posizione di chi sostiene che “dopotutto, ognuno ha la sua opinione ed è libero di pensarla come crede”.

Beh, in realtà, il relativismo morale non è esattamente questa cosa qui, ma è piuttosto una posizione filosofica ben precisa. Non è necessario, infatti, essere relativisti per essere difensori della libertà di pensiero e di parola – per questo è sufficiente essere democratici.

Che cosa è dunque il relativismo?

Iniziamo col dire che esistono diversi tipi di relativismo e che il relativismo ha origini molto lontane, dal momento che già i più importanti pensatori greci ne parlavano.

Il relativismo sulla verità, anche detto relativismo aletico, è la forma più generale e più radicale di relativismo, ovvero la tesi secondo cui gli standard di verità e falsità possono variare in base al contesto culturale, al periodo storico, al gruppo sociale, o in base ad altri fattori variabili.

Partendo da qui, possiamo dire che ogni forma di relativismo specifico, ovvero relativo ad una specifica area del sapere, è riconducibile ad una forma particolare di relativismo sulla verità.

Il relativismo morale può quindi essere ricondotto alla tesi che la verità dei giudizi morali è sempre relativa al contesto culturale o allo standard etico rilevante nel contesto.

Se è così, quindi, non esisterà alcuna verità morale simpliciter, ma piuttosto esisteranno molte verità diverse, che dipenderanno da un parametro contestuale X o Y.

Se i relativisti hanno ragione, dunque, i nostri disaccordi morali non sono mai risolvibili, perché l’oggetto in questione (la “giustezza” di determinate azioni) può essere deciso solo alla luce di un background che è sempre personale e culturalmente determinato.

In altre parole, quando discutiamo animatamente sui social, stiamo facendo il gioco di chi esprime la propria visione del mondo preferita, senza che ci siano ragioni argomentabili e sufficienti per preferire questa ad un’altra.

Alcuni filosofi contemporanei (si vedano Max Kölbel e John MacFarlane), sostenitori di una tesi relativista, hanno parlato a questo proposito dell’esistenza di “disaccordi senza errore”, in cui i parlanti esprimono un disaccordo, senza però che nessuno dei due disputanti sia in errore.

Quali conseguenze per questa prospettiva?

Ma noi siamo disposti ad accettare le conseguenze di questa teoria? O cadiamo nella trappola dell’incoerenza quando diciamo di essere relativisti?

Beh, vediamo cosa sta sostenendo chi sostiene di essere relativista:

  1. Non esiste progresso morale:

Il cosiddetto argomento chiamato “The Progress Problem”, formulato da due filosofi italiani, Annalisa Coliva e Sebastiano Moruzzi, mira proprio a mostrare l’incapacità della tesi relativista di spiegare un aspetto cruciale delle dispute morali: l’impressione che, nel momento in cui un disaccordo si risolve, ci sia progresso morale.

Per capire meglio, proviamo a fare un esempio: tutti noi crediamo che l’abolizione della schiavitù o dell’infibulazione femminile siano elementi di sostanziale progresso morale. Sembra che alcune conquiste siano considerate positive in un senso assoluto, e non solo “dal nostro punto di vista”.

In un’ottica relativista, invece, coloro che hanno combattuto perché fosse abolita la schiavitù non stavano combattendo per una giusta battaglia morale, ma semplicemente stavano proponendo i loro standard morali preferiti.

Siamo disposti ad accettare che queste conquiste che ci sembrano così importanti non sono veramente tali (e quindi non rappresentano diritti generali dell’uomo), ma rappresentano solo le idee ad oggi vincitrici, potremmo dire, per caso?

Costretti ad accettare queste implicazioni, chi di noi sarebbe ancora così tranquillo nel dichiararsi relativista morale?

Conclusioni

Queste conclusioni non devono essere prese come un “via libera” all’arroganza, attenzione. La prima cosa da dedurre da questo discorso è proprio l’inverso: ovvero che ognuno di noi può essere in errore e occorre valutare sempre bene il proprio punto di vista e saperlo mettere in discussione.

Ne segue anche però che la tendenza nel dibattito sui social e de visu a derubricare alcuni disaccordi molto importanti per la vita in società civile come “frutto del proprio punto vista”, “soggettivi”, “relativi” etc. è essenzialmente nociva e parte da una visione errata di cosa sia il relativismo e da cosa esso implichi logicamente.

Spesso l’obiettivo mal celato è spostare la questione da un piano intersoggettivo ad un piano soggettivo, che è per definizione inalienabile, e bloccare in questo modo una sana discussione sul tema in oggetto.

Quindi…la prossima volta che qualcuno vi dice di non scaldarvi durante una discussione su temi etici o politici – sull’aborto, sull’eutanasia o sui diritti delle donne – perché “dopotutto ognuno ha il suo punto di vista”, ricordategli di non confondere la libertà di ognuno di pensarla come vuole (importantissima acquisizione democratica, da difendere e tutelare) con l’idea che non ci sia effettivamente una prospettiva migliore, più giusta, più auspicabile dell’altra. E questo secondo punto merita sempre di essere discusso.

“La libertà di essere in errore non ve la toglie nessuno, non preoccupatevi”

– Direbbe Timothy Williamson

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Lorena Fakih
Laureata in Filosofia, da sempre mi appassiona tutto ciò che riguarda idee e persone. Ho un debole per la logica, il linguaggio e le giuste cause. Strenua difenditrice del pensiero critico, credo molto in una comunicazione intellettualmente onesta. Mi interesso inoltre di fotografia, viaggi e natura.

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