domenica, Luglio 3, 2022

Amazon e l’ossessione di un’economia customer-oriented: quando il consumatore vale troppo?

Venerdì 26 novembre è previsto l’attesissimo Black Friday di Amazon per l’anno 2021, una giornata all’insegna degli acquisti a volte compulsivi, indotti dai grandi sconti applicati.

Molti di noi aspettano questa giornata per acquistare beni a prezzi competitivi, ordinando comodamente dal divano di casa propria per vedersi recapitato il pacco, al più tardi, il giorno successivo – naturalmente con consegna gratuita.

Una indubbia comodità per tutti noi che viviamo vite frenetiche, al limite del costante incastro degli impegni giornalieri. Chi di noi ha il tempo di andare in un negozio a ritirare quell’articolo che punta da un po’ e che magari va addirittura ordinato?

Un desiderio legittimo, quello del consumatore: sfruttare la tecnologia per risparmiare tempo e denaro e rendere la propria vita più facile.

Le aziende naturalmente cercano di soddisfare i nuovi bisogni delle persone: Il consumatore deve essere al centro dell’attenzione aziendale, se non si vuole rischiare di sparire dal mercato ancor prima di farsi un nome. I processi vengono quindi efficientati in un’ottica customer-oriented. E Amazon questo lo sa fare benissimo.

Quali sono però le conseguenze del primato di questo modello imprenditoriale? Quali sono i costi derivanti da questi “benefici”?

Possiamo individuare due classi di conseguenze:

  1. Enormi conseguenze sull’ambiente in termini di sprechi e impatto ecologico
  2. Minore attenzione ai diritti del lavoratore

Partiamo dal primo: un lavoratore anonimo di Amazon ha dichiarato: “Il nostro obiettivo è distruggere 130mila oggetti ogni settimana”. Un’inchiesta condotta da Greenpeace rivela che ai lavoratori di Amazon viene addirittura richiesto di danneggiare intenzionalmente articoli invenduti, in modo da poterli distruggere regolarmente, rispettando le leggi tedesche.

Si tratta principalmente di articoli restituiti gratuitamente dai clienti, che Amazon preferisce eliminare per ragioni di profitto, provocando in questo modo il rialzo dei prezzi per i venditori e, di conseguenza, anche per i consumatori finali. Una conseguenza a cui non pensiamo quando usufruiamo del servizio del “reso gratuito”.

L’enormità dello spreco generato è disarmante: quantità industriali di oggetti potenzialmente utili vengono mandati al macero, mentre gran parte del pianeta non ha neppure i principali beni di prima necessità.

Questo meccanismo ha sostanzialmente due motivi trainanti: l’obiettivo di aumentare il profitto e la fede cieca, funzionale al primo punto, nella centralità del cliente.

Perché l’aumento del profitto? Distruggendo parte degli articoli, Amazon rincara le merci per i venditori e di conseguenza anche per il consumatore.

Perché l’ossessione per il consumatore? Perché gran parte di queste merci sono costituite dai resi gratuiti di milioni di utenti. Già, la comodità di ordinare quattro articoli quando ce ne serve uno solo e restituire gli altri tre ha un costo: il carburante dei corrieri e l’inquinamento generato, migliaia di articoli da rivendere e conservare nei magazzini della multinazionale, costi di manutenzione …e così via.

Che dire invece degli effetti sui diritti dei lavoratori? L’ossessione di Amazon per il consumatore crea un ambiente lavorativo a tratti pericoloso: sono imposti ritmi serrati per efficientare al massimo la produttività, che inevitabilmente aumentano il grado di rischio di infortunio per i dipendenti.

Insomma, che il tempo è denaro Amazon l’ha capito alla grande.

Ricerche recenti hanno quantificato gli infortuni che si verificano nelle sedi Amazon come circa il doppio rispetto alla media del settore (l’indagine fa riferimento al mercato negli USA).

Tirando le somme, sembra evidente che questo modello imprenditoriale sia insostenibile da ogni punto di vista.

Sul lungo periodo, il modello “il consumatore al centroad ogni costo non può funzionare. Con le condizioni attuali, ricevere grandi quantità di articoli ogni giorno comodamente a casa è un lusso che non ci possiamo permettere.

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Dalla grande distribuzione alimentare all’industria della moda (si pensi al mondo del fast fashion), Il modello Amazon fa da padrone con l’ideologia “just in time”.

Vogliamo poter ottenere quello che ci serve in modo veloce, economico ed efficiente, di rado però ci interroghiamo su cosa questo comporti.

Lorena Fakih
Laureata in Filosofia, da sempre mi appassiona tutto ciò che riguarda idee e persone. Ho un debole per la logica, il linguaggio e le giuste cause. Strenua difenditrice del pensiero critico, credo molto in una comunicazione intellettualmente onesta. Mi interesso inoltre di fotografia, viaggi e natura.

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